“Se scrivo ciò che sento è perché così facendo abbasso la febbre di sentire.” (Fernando Pessoa, Il libro dell’inquietudine)


Non so da dove iniziare con questo libro. Ci vuole cautela.

Fernando Pessoa viaggiava dentro se stesso come si fa in luoghi spianati e ampi spazi da allestire.
Vi avevo promesso che, dopo aver letto Il libro dell’inquietudine, avrei scritto una recensione. L’ho terminato proprio ieri ed eccomi qui, forse non ancora pronta, forse non totalmente libera dai pensieri che i viaggi interiori comportano.

Volete sapere cosa mi ha spinto a questa lettura? Cosa mi ha lasciato intendere che avrei amato questo autore? La sua natura profondamente sognatrice e tendente all’immaginazione. Mi sento anche io così (mi sento molto così!), sebbene mi ritenga fedele anche alla realtà terrena.

C’è un estratto nel quale mi sono imbattuta, che mi ha convinta a volerlo leggere ad ogni costo, ed è:

Non ho fatto altro che sognare. Questo, e questo soltanto, è sempre stato il senso della mia vita. Non ho mai avuto altra preoccupazione vera se non la mia vita interiore. I più grandi dolori della mia vita sfumano quando, aprendo la finestra che si affaccia sulla strada del mio sogno e guardando il suo andamento, posso dimenticare me stesso. Non ho mai voluto essere altro che un sognatore. (…) Sono appartenuto solo a ciò che non esiste dove io esisto e a ciò che non ho mai potuto essere. Ogni cosa che non è mia, anche la più vile, mi ha sempre parlato con poesia. Non ho mai amato altro che cosa nessuna. Non ho mai desiderato altro se non ciò che non riuscivo neppure a immaginare.


Starei qui ad elencarvi tutte le parole di Pessoa così perfettamente fluide e messe in fila, credetemi. Ma lascerò questo lavoro ad un altro momento, raccogliendo in un articolo alcuni dei pensieri più illuminanti.

Il libro dell’Inquietudine è una raccolta di sentimenti, emozioni e interpretazioni nate dall’osservare la vita come se fosse un dipinto.
Fernando Pessoa sceglie di far parlare un personaggio: Bernardo Soares, suo alter-ego. Lo descrive come un uomo che sta a una finestra. (…) Contabile di Lisbona, taciturno e solitario che se ne sta dietro ai vetri, come il vecchio Flaubert, a spiare la vita.


Consiglio questo testo a chi si sente particolarmente vicino all’introspezione, a coloro che tendono alla riflessione. Consiglio questo testo a chi, immaginandosi dall’esterno, vede appartenersi al mondo del sogno e dell’impalpabile. A chi, nonostante questa speciale nota colorata, sa mantenersi ancorato al suolo.
È un libro scritto per coloro che si sentono incalzati dal mondo impercettibile.

Perché Il libro della “inquietudine“?
Non sono una studiosa di Pessoa né mi permetto di scrivere giudizi azzardati, questa è la mia premessa. È stata, per me, la sua prima lettura, il biglietto da visita, una presentazione trasformatasi in intima conoscenza.

A mio avviso, l’inquietudine dello scrittore deriverebbe dall’eccessiva sensibilità dell’uomo, sintomo di un inevitabile inizio di domande e dubbi circa la nostra natura e il suo senso. Un’inquietudine legata al mondo del reale, ai rapporti tra individui analizzati secondo l’aspetto più spirituale della nostra natura: l’anima. Fernando Pessoa è certamente stata una personalità incline ad una sensibilità estrema, quasi ossessiva ma inevitabile. Molte delle sue riflessioni hanno aperto in me mondi già percepiti, ma non ancora portati fuori con l’ausilio delle parole.

Se avete letto e adorato Uno, nessuno e centomila di Pirandello amerete senz’altro anche questo libro. Ritroverete la filosofia della molteplicità dell’Io.

In alcuni momenti vi sembrerà che l’autore abbia perso ogni speranza nei confronti della vita, questo è vero, e a tratti avrete l’impressione che l’uomo autore e scrittore, sconfortato fino in fondo, abbia deposto le armi.
Non sarà mai veramente così: il tedio di cui spesso parla Soares-Pessoa non è altro che il sintomo febbrile di un profondo amore per la vita.

Prima vi ho scritto che – magari nei prossimi giorni – dedicherò un articolo alla raccolta di alcune citazioni tratte da questo testo. Intanto, però, mi piacerebbe riportarvene già qualcuna, in modo da poter capire se si tratta di un libro che si avvicina ai vostri gusti ed eventualmente acquistarlo.

  1. La canzone diceva, attraverso le parole velate e la melodia umana, cose che sono dentro ciascuno di noi e che nessuno conosce. (…) Nel canto dello sconosciuto c’era un rapimento che stimolava quanto in noi sogna o non riesce a sognare.

  2. Ci sono sensazioni che sono dei sonni, che occupano come una nebbia l’intero spazio dell’anima, che non permettono di pensare, che non permettono di agire, che non permettono chiaramente di essere. (…) Ho sentito la vita nello stomaco e l’olfatto mi è diventato una cosa dietro agli occhi. (…) Quanta illogicità nel volere bastarmi! Quanta coscienza sarcastica delle sensazioni ipotetiche!

  3. Pensare, sentire e volere diventano una sola confusa cosa. Gli ideali, le sensazioni, le cose immaginate e quelle attuali sono in disordine, come il contenuto mescolato sul pavimento di molti cassetti rovesciati.

  4. I sentimenti più dolorosi e le emozioni più pungenti sono quelli assurdi: l’ansia di cose impossibili, proprio perché sono impossibili, la nostalgia di ciò che non c’è mai stato, il desiderio di ciò che potrebbe essere stato.


Il libro di Soares è certamente un romanzo. O meglio, è un romanzo doppio, perché Pessoa ha inventato un personaggio di nome Bernardo Soares e gli ha delegato il compito di scrivere un diario. Soares è cioè un personaggio di finzione che adopera la sottile finzione letteraria dell’autobiografia. In questa autobiografia senza fatti di un personaggio inesistente consiste l’unica grande opera narrativa che Pessoa ci abbia lasciato: il suo romanzo. (Antonio Tabucchi)


Spero che questa recensione vi sia stata utile.

Tenetemi aggiornata sulle vostre letture e sui vostri acquisti felici.
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Vi mando un abbraccio grande, come sempre,
Miriam

   

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2 commenti

  1. Mi hai convinta. E poi “Uno, nessuno e centomila” è il mio libro preferito. Lo acquisterò sicuramente! Grazie!

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