Raccolta di citazioni tratte da “Il libro dell’inquietudine” di Pessoa (Parte I)


Fernando Pessoa
 e Bernardo Soares, che in fin dei conti sono la stessa persona, continuano a rimbombarmi nella testa.
Quando qualche giorno fa ho scritto la recensione de Il libro dell’inquietudine, che potete leggere cliccando qui, vi ho accennato al mio desiderio di raccogliere una serie di citazioni tratte da questo libro.

Iniziamo subito!

  • Ho già il suo ricordo proiettato nel futuro con la nostalgia che proverò allora (…) e cercando scuse diverse da quelle con le quali oggi evito il confronto con me stesso.

  • Nostalgia! Ho nostalgia perfino di ciò che non è stato niente per me, per l’angoscia della fuga del tempo e la malattia del mistero della vita. Volti che vedo abitualmente nelle mie strade abituali: se non li vedo più mi rattristo; eppure non mi sono stati niente, se non il simbolo di tutta una vita. (…) Cosa ne sarà di tutti costoro che, solo per averli sempre visti, hanno fatto parte della mia vita?

  • Dare ad ogni emozione una personalità, ad ogni stato d’animo un’anima.

  • Questa è una giornata nella quale mi pesa, come un ingresso in carcere, la monotonia di tutto. Ma la monotonia di tutto non è altro che la monotonia di me stesso. Ciascun volto, anche lo stesso che abbiamo visto ieri, oggi è un altro, perché oggi non è ieri. Ogni giorno è il giorno che è, e non ce n’è mai stato un altro uguale al mondo. L’identità è solo nella nostra anima, attraverso la quale tutto si somiglia e si semplifica. (…) Il mio desiderio è fuggire. Fuggire da ciò che conosco, fuggire da ciò che è mio, fuggire da ciò che amo. Desidero partire. (…) Una capanna in riva al mare, perfino una grotta sul fianco rugoso di una montagna, mi può dare questo. Purtroppo soltanto la mia volontà non me lo può dare. (…) L’amore codardo che tutti noi proviamo per la libertà (libertà che, se la conoscessimo, troveremmo strana perché nuova, e la rifiuteremmo) è il vero indizio del peso della nostra schiavitù.

  • Quello che ci circonda diventa parte di noi stessi, si infiltra in noi nella sensazione della carne e della vita. (…) Un raggio di sole, una nuvola il cui passaggio è rivelato da un’improvvisa ombra, una brezza che si leva, il silenzio che segue quando essa cessa, qualche volto, qualche voce, il riso casuale fra le voci che parlano: e poi la notte nella quale emergono senza senso i geroglifici infranti delle stelle.

  • Ho scoperto che penso sempre e attendo sempre a due cose allo stesso tempo. Presumo che come me siano un po’ tutti. Esistono certe impressioni così vaghe che solo più tardi, quando ci ricordiamo di esse, sappiamo di averle avute.

  • Siamo, anche se non lo vogliamo, schiavi del momento, dei suoi colori e delle sue forme, sudditi del cielo e della terra. (…) Oscure mutazioni forse avvertite solo nell’intimo dei sentimenti astratti, si verificano perché piove o perché ha smesso di piovere, si avvertono senza che le avvertiamo, perché senza sentirlo abbiamo sentito il tempo. Ognuno di noi è più di uno, è molti, è una prolissità di se stesso. (…) Nella vasta colonia del nostro essere c’è una folla di molte specie che pensa e sente in modo diverso.

  • Mi riassorbo, mi perdo in me stesso, mi dimentico in notti lontane, incontaminate di dovere e di mondo. (…) E talmente è soave la sensazione che mi strania dal debito e dal credito che, se qualcuno mi interpella, rispondo con dolcezza, come se il mio essere fosse vuoto, come se io fossi soltanto la macchina da scrivere che porto con me, portatile di un me stesso aperto. L’interruzione dei sogni non mi turba: sono sogni così dolci che continuo a sognarli mentre parlo e rispondo e converso.

  • È questo l’errore centrale dell’immaginazione letteraria: essa suppone che gli altri sono noi e che devono sentire come noi. Ma, per fortuna dell’umanità, ogni uomo è soltanto chi è, e al genio è concesso soltanto di essere qualche persona in più.

  • Un uomo, se possiede la vera sapienza, può godere l’intero spettacolo del mondo seduto su una sedia, senza saper leggere, senza saper parlare con nessuno, soltanto con l’uso dei sensi e il fatto che l’anima non sappia essere triste.

  • Mi ricordo all’improvviso di quando ero bambino e vedevo, come non posso vedere oggi, il mattino che sfavillava sulla città. Essa allora non sfavillava per me, ma per la vita, perché io allora, non essendo cosciente, ero la vita. Vedevo il mattino e sentivo allegria. (…) Il bambino è rimasto, ma è ammutolito. Vedo come vedevo, ma dietro agli occhi mi vedo mentre vedo.

  • Amo, negli interminabili crepuscoli estivi, la calma della città bassa, soprattutto quella calma che per contrasto si accentua nella zona che il giorno immerge in una maggior confusione.

  • Quest’aria bassa di nuvole ferme. (…) Quale paesaggio allegro la semplice pioggia nella strada resuscitata dall’abisso!

  • Credo che nessuno ammetta davvero la reale esistenza di un’altra persona. Può ammettere che tale persona sia viva, che pensi e senta come lui: eppure ci sarà sempre un ineffabile elemento di differenza, uno scarto materializzato.

  • Non ho vergogna di avere tali impressioni, perché ho capito che tutti noi abbiamo impressioni simili. Il disprezzo che sembra esistere fra uomo e uomo, l’indifferenza che permette che si uccidano persone senza capire che si uccide, come fra gli assassini, o senza pensare che si sta uccidendo, come fra i soldati, sono dovuti al fatto che nessuno presta la dovuta attenzione alla circostanza, che sembra astrusa, che anche gli altri sono anime.

  • Se qualcuno volesse redigere un campionario di mostri non dovrebbe far altro che fotografare con parole quelle cose che la notte porta agli animi assopiti che non riescono a prendere sonno. Queste cose posseggono tutta l’incoerenza del sogno senza l’incognito alibi dello stare dormendo. Si librano come pipistrelli sulla passività dell’anima o vampiri che succhiano il sangue della sottomissione. (…) A volte sono vermi che provocano nausea alla stessa coscienza che li culla e che li crea (…) altre volte ancora emergono come serpi dalle assurde caverne delle emozioni perdute.

  • All’improvviso ho provato per quell’uomo una sensazione simile alla tenerezza. Ho avuto per lui la tenerezza che si prova verso la comune banalità umana (…) verso i piaceri allegri e tristi di cui è fatta la sua vita senza scampo, verso l’innocenza di chi vive senza scervellarsi sulle cose, verso la naturalezza animalesca di quelle spalle vestite. Ho puntato gli occhi sulla schiena di quell’uomo, finestra attraverso la quale ho visto questi miei pensieri. La sensazione è stata identica a quella che ci assale in presenza di qualcuno che dorme. Tutte le creature che dormono sono nuovamente bambini. Forse perché nel sonno non si può fare del male e non ci si accorge della vita per una naturale magia. (…) E le spalle di quest’uomo dormono. Tutto lui, che cammina davanti a me con un passo uguale al mio, dorme. Cammina incosciente. Vive incosciente. Dorme, perché tutti dormiamo. Tutta la vita è un sonno. Nessuno sa quel che fa, nessuno sa quel che vuole, nessuno sa quel che sa. (…) Perciò, se penso con questa sensazione, provo una tenerezza informe e immensa per tutta l’umanità infantile, per tutta la vita sociale che dorme, per tutti, per tutto. (…) Mi intenerisco con una vastità d’infinito. Distolgo gli occhi dall’uomo che mi precede e guardando tutti coloro che camminano in questa strada, tutti li abbraccio con nitore nella medesima tenerezza assurda e fredda che mi è giunta dalle spalle di colui che non sa e che io seguo.

  • Non possiamo distinguere se certi tormenti profondi, per la loro essenza sottile e ambigua, appartengono all’anima o al corpo, se sono il malessere causato dal fatto di avvertire la futilità della vita, o l’indisposizione che deriva da un abisso organico: lo stomaco, il fegato, il cervello.

  • Ah, in quale modo le cose quotidiane sfiorano misteri in noi!

  • Scrivo sorridendo con le parole.

  • Sono arrivato a Lisbona, ma non a una conclusione.

  • Quando dormo molti sogni esco per strada con gli occhi aperti, ancora con la traccia e la certezza dei sogni. (…) E per la strada cammino sicuro; non vacillo; rispondo bene; esisto.

  • Sono uguale. E al riparo di questo fatto, cielo mio, mi faccio costellazione di nascosto e ho il mio infinito.

  • Pensando, mi sono creato eco e abisso. Approfondendomi, mi sono moltiplicato.

  • E dalla finestra della mia stanza guardo, povera anima col corpo stanco, molte stelle; molte stelle, nulla, il nulla, ma molte stelle…

  • La vita è per noi ciò che noi immaginiamo in essa. (…) Ma in verità non possediamo altro che le nostre sensazioni; in esse, dunque, e non in ciò che esse credono, noi dobbiamo basare la realtà della nostra vita.

  • Per gradini di sogni e stanchezze mie, scendi dalla tua irrealtà, scendi e vieni a sostituire il mondo.

  • Cosa so? Cosa cerco? Cosa sento? Cosa chiederei se dovessi chiedere?

  • È così difficile descrivere ciò che si sente quando si sente che esiste veramente, e che l’anima è un’entità reale, che non so quali sono le parole umane con cui possa definirlo.


Concludo questa prima parte con un pensiero che adoro, con la speranza che abbiate apprezzato anche il resto:

Non è ubriaco, è un sognatore. È attento all’inesistente, forse spera ancora.


Un abbraccio grande,

Miriam


 

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