Era la tua carnagione l’unica disuguaglianza per me, era la mia carnagione l’unica disuguaglianza per te. Come un paio d’occhi troppo verdi o non tanto azzurri, niente di più.

Il racconto che segue è frutto di una personale fantasia, ma nasce da osservazioni, sensazioni e situazioni quotidiane che, sommate tra loro, danno vita a dialoghi e incontri a cui non smetto di pensare.
Foto di Steve McCurry
Sedevi nell’autobus che portava il numero delle volte in cui, mi piaceva immaginare, avevi percorso con la mente, in quelle poche ore del mattino, i lineamenti del tuo paese, delle case lontane, dei fumi accesi. Centonovantaquattro. Questo era il numero.

Avevi scelto per te, accuratamente, il posto riservato ai sognatori, il lato del finestrino, quello gelido. L’aria calda si propagava dal fianco destro della vettura, diffondendosi lentamente. D’altro canto, mi chiedo ancora come mai, preferisti appoggiare la tempia calda contro il vetro freddo. Non te lo domandai mai.

Quando ancora privo di folla, l’autobus, ero solita scegliere, per tranquillità, il posto unico e svolgere il tuo stesso rituale della tempia contro il finestrino. Avevo allora quattordici anni, tu, forse, la stessa età moltiplicata per cinque. A scuola ci avevano insegnato che il colore della pelle era come quando, alla nascita, qualcuno decide per te un bel paio d’occhi neri, estraendoli da una cesta di molti altri che, pur avendo sfumature diverse, restano pur sempre occhi.
E come filtrava bene la luce attraverso quei puntini scuri!
Come si vedeva bene!
Occhi forti. Occhi resistenti. Occhi che il sole non sapeva far lacrimare. Potevano ogni cosa, mi ripetevo. Avevano visto molto, anche troppo, subendo. Avevano assorbito ed io, a quel tempo, volevo un po’ del tuo dolore.

Avrei volentieri inscenato una scusa per ritrattare e sedermi accanto a te. Fu quello che accadde.
«Rakanja» avevi detto quando, fingendo una corrente d’aria che non c’era, mi ero spostata alla tua destra. Lo sguardo fiacco e gli occhi appesantiti dalla stanchezza, quella di una vita intera, mi portarono a credere che, con quella parola, intendessi augurarmi il buongiorno. Era solo il tuo nome.
Io e te, in silenzio, aspettavamo che l’autobus si mettesse in moto, qualcun altro che si riempisse, per poi partire.

«Vai a scuola, ragazzina?»
«Sì, signore.»
Sorridesti. Conoscevi bene l’italiano.
«Ti piace la geografia?» esordisti dopo qualche secondo di pausa.
«Sì.»
«Ne sono contento, piace molto anche a me.»

Tra intervalli silenziosi, qualche battuta e il tempo che mi occorreva per riflettere su quella conversazione, l’autobus traboccava di viaggiatori. Dalle labbra di una donna, in piedi alla mia destra, cui avrei dato almeno tre volte la mia età, iniziarono mormorii, suoni come lamenti, grida strozzate in gola e, negli occhi, disapprovazione. Incrociando il suo sguardo, misi da parte la geografia, dimenticando, per un attimo, quel misterioso desiderio di conoscere la tua storia.

«Mio nonno, l’unico sopravvissuto della famiglia, insieme a me e mio fratello, aveva l’abitudine di raccontarci di terre lontane, di città in cui era possibile passeggiare senza avere, con costanza, la sensazione che non ce l’avresti fatta. Diceva che avere un po’ di pace non era peccato e che provare a cercarla lo era ancora meno. Sadiki» ti interrompesti «è il nome di mio nonno» precisasti. «Sadiki voleva che me ne andassi, che fuggissi da quella terra calda e colorata, profumata di sole e di luce. Voleva che lasciassi la mia casa, che lasciassi lui, non per una forma di abbandono, ma come dimostrazione di fiducia. Voleva che lo facessi per provare ad avere quello che lì non mi era concesso avere, tentando, quantomeno, di continuare ad esistere. Glielo dimostrai.»
Eri riuscito, di nuovo, a richiamare la mia attenzione. Al di là di me e te, le voci si accavallavano, i disagi prendevano piede e le proteste, volte a recriminare posti a sedere perduti già da un po’, sapevano di egoismo andato a male. Puzzavano. Ma c’erano le tue confessioni lì, poste accanto a me, e l’orgoglio di non essere caduta in errore, di non aver frainteso il tuo silenzio. Ci sono storie tanto intense, ricordo d’aver pensato, da poter essere tagliate, scolpite dall’interno. Tu eri questo, per me, Rakanja. Sono legati, a determinate anime, vissuti tali da generare atmosfera, dolore, empatia nei nostri piccoli mondi.

«La prego, continui» ti supplicavo.
«Ragazzina, ci sarebbe tanto da dire. Ne sono passate di lune da quando sono qui. Il tuo Paese è, ora, anche un po’ il mio, ma casa mia non è da queste parti, è sui libri di geografia su cui poggi gli occhi ogni giorno, nascosta tra le righe di una descrizione, dietro la didascalia di una foto e nell’immagine stessa. Conosco questo tipo di libri. Casa mia è dove la Vita ha deciso che io nascessi, dopo che i miei genitori, Taye e Anulika, si sono amati tra mura destinate a crollare. Casa è fuori, al di là di questa speranza, della fatica e del lavoro per i quali mi trovo qui e mi sono sottratto a morte certa. Un po’ meno alla disumanità. Casa è dove ti senti al sicuro, protetto dai colori che distinguono i paesi dell’intera Terra: ciascuno ha il suo, pensaci» facesti una pausa, una di quelle lunghe. Iniziavo a credere che non ti avrei più sentito parlare, quanto a me non osavo interrompere il richiamo a quei lontani mondi. Poi finalmente: «Il tuo mi fa pensare all’azzurro, il mio all’arancione».

Sorrisi. «Lo vedo che non parli, ragazzina, magari ti piace di più ascoltare» annuii. Non ponevi mai domande dirette, ma lasciavi che i pensieri si affermassero gentili.
«Non fraintendermi, oggi parlo più del solito, ma, come te, sono un tipo silenzioso. Proprio io, Rakanja».
Compresi solo allora che fosse il tuo nome.

Rakanja, avevi un buon profumo, vestiti consumati, ma puliti, i denti dritti e bianchi come la neve, a dispetto degli anni che, tutto sommato, ti stavano bene e molte altre particolarità, in viso come nella voce.
E poi, ancora, possedevi ricordi di aquiloni e fili intrecciati, giostre inventate, capelli al vento. Ricordi di una vita che non osavi definire lontana.
Tu eri il bambino che aveva lasciato la propria terra per il futuro che meritava, un aiuto insperato e scovato in occhi sconosciuti.
Tu che non hai mai avuto veramente settant’anni.
Avevi un bel colore di pelle, diverso dal mio, diverso da quello che tutti, in quell’autobus, eravamo costretti a portare, perché cucitoci addosso da un tempo immemore.
Era la tua carnagione l’unica disuguaglianza per me, ed era la mia carnagione l’unica disuguaglianza per te. Come un paio d’occhi troppo verdi o non tanto azzurri, niente di più.
Forse ricorderai ancora che, quel giorno, l’autobus che avrebbe dovuto accompagnare me a scuola, te chi sa dove non partì mai.

«Allora si scende senza esserci mai messi in moto» sorridesti.
«Grazie, ragazzina, per aver occupato il posto che solitamente si riempie per ultimo».

Tornai a casa, lasciai cadere lo zaino sul pavimento, rimandando i doveri al giorno seguente, e corsi ad aprire il libro di geografia sperando, con il cuore in gola, di scovare una foto che ti ritraesse. Che ritraesse te, piccolo Rakanja.


Grazie per essere arrivato a leggere fin qui.

Un abbraccio,

Miriam Calderano

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