L’anima non aspetta altro che vedersi riflessa in una cassa di vetro, negli specchi dello spirito di un corpo estraneo.


Un professore mi ha detto una cosa alla quale non riesco a smettere di pensare; è una consapevolezza antica: presente in me – in forma vaga e aleatoria – prima ancora che lui decidesse di parlarne dandole una carne (cosa che io non avevo saputo fare).

È trascorso un po’ da quel giorno, di conseguenza quelle che riporto non sono le parole esatte, ma il senso che io ho dato loro.

“Soli con noi stessi, quando ci parliamo, abbiamo piena consapevolezza delle cose che vorremmo dire, dei concetti sentiti – e non ancora concreti – che ci piacerebbe comunicare. Questo è quello che potrebbe essere definito un relativo 100%. Il cento per cento dell’introversione. Eppure potresti dire che, in alcuni momenti, non è neanche del tutto certo che tu ne abbia la totale padronanza. Avresti ragione!

Ma ecco che, nel momento in cui realizziamo di dover dare a quelle stesse sensazioni la veste delle parole, finiamo col perdere un buon 20%.

Hai mai la sensazione che le parole non siano in grado di contenere tutti i messaggi, le coerenze e le contraddizioni? C’è un muro laggiù, dicono che sia una faticaccia salirci senza provare almeno una volta il desiderio di lasciarsi cadere, trascinati giù dal peso di quello che non è ancora stato espresso. Le parole sono affamate, ci divorano.
Riesci a seguire com’è che siamo arrivati ad uno scarso 40%? Il quaranta percento della comunicazione verbale. Eppure non è finita qui.

Per gli uomini non siamo che lo specchio di loro stessi: l’anima non aspetta altro che vedersi riflessa in una cassa di vetro, negli specchi dello spirito di un corpo estraneo. Ci forziamo così tanto, scossi dal desiderio di comunicare in maniera spietata i percorsi emotivi che solchiamo dall’interno, da pensare che l’altro abbia recepito noi stessi in maniera impeccabile. Ma non è mai così. Comprendiamo, conosciamo e percepiamo gli altri sulla base delle nostre più profonde ispezioni.

Questo ci riporta al nostro punto di partenza. Quando finalmente crediamo di aver comunicato interamente noi stessi, ecco che la trasformazione dei silenzi – prima in pensieri e poi in parole – giunge all’altro individuo come 20%, perdendo le intenzioni iniziali che avevamo affidato loro.

Il mondo della comunicazione è misterioso perché appartiene al nostro modo d’essere, che è tale.”

Queste non sono esattamente le sue parole, come ho scritto poco fa, ma le coperte che ho offerto al suo discorso.

Quando qualcuno ti parla, quando qualcuno ti spiega qualcosa delicatamente, sfiorando insieme tenerezza e terrore per la verità, gli occhi si aprono nel tentativo di captare tutte le nuove immagini della mente. Dalla venuta al mondo di queste parole, più di prima, non riesco a mettere da parte l’idea della trasformazione delle mie intenzioni che avviene nell’anima di chi ci osserva dall’esterno.
Da quel momento, mi è impossibile non sperare di saper essere chiara il più possibile, in modo che non si vengano a creare intermittenze e fraintendimenti; affinché i sentieri emozionali possano essere spianati come non mai, per venirsi in contro anche solo chiudendo gli occhi, dopo aver liberato le palpebre, respirando un po’ di più.

Un abbraccio,

Miriam


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