Tazza Farnese, Museo Archeologico di Napoli

Foto di Miriam Calderano, Museo Archeologico di Napoli
La Tazza Farnese è testimonianza eccezionale della glittica di età ellenistica: unica per dimensioni, livello formale, complessità figurativa e importanza storica. Incisa in un unico pezzo di agata sardonica a quattro strati e decorata a rilievo su ambedue le facce, ha la forma della phiale, la coppa usata nelle libagioni. All’interno figure di divinità e personificazioni concorrono a creare una scena dal complesso valore allegorico, suscettibile di livelli interpretativi molteplici, forse ancora non definitivamente chiariti. Al centro, su una Sfinge, simbolo dell’Egitto, siede una figura in abito isiaco, verosimilmente Iside stessa, nella sua assimilazione a Demetra, dea delle messi; a sinistra Ade/Plutone, assimilato a Osiride, con cornucopia; al centro Horus/Trittolemo con il giogo dell’aratro e il sacco delle sementi; a destra due figure femminili, personificazioni delle Stagioni o dei campi coltivati e della rugiada, siedono presso un ciuffo di spighe. Al di sopra si librano in volo due giovani, uno dei quali soffia nella buccina: i venti Etesii, che spirano da nord durante l’estate. Nella scena interna, chiaramente riconducibile all’ambiente egizio per la presenza della Sfinge e della figura isiaca, è quindi riconoscibile un’allegoria della prosperità del regno Tolemaico, alla quale concorrono le maggiori divinità del pantheon egiziano assimilate, secondo modi caratteristici del sincretismo religioso di età ellenistica, alle tre maggiori divinità greche del culto eleusino. La grande maschera apotropaica di Gorgone raffigurata all’esterno della coppa, allusiva di minaccia ai nemici esterni dello stato, accentua il valore politico della scena interna. In questa si è cercato infatti di riconoscere un riferimento a particolari esponenti della casa regnante egiziana: secondo alcuni interpreti, la triade divina raffigurerebbe Cleopatra III, insieme al marito Tolomeo VIII, morto nel 116 a.C., e al figlio Tolomeo X Alexandros, con il quale regge il regno d’Egitto dal 107 a.C.; secondo una più recente teoria la figura di Iside sarebbe un ritratto di Cleopatra VII, ultima regina di Egitto, sconfitta da Ottaviano nel 31 a.C. La tazza è stata comunque creata ad Alessandria per essere impiegata, in funzione rituale, nelle fastose cerimonie organizzate dai sovrani d’Egitto, di cui informano le fonti letterarie: tipico prodotto di una altissima arte di corte, espressione delle esigenze di rappresentatività dinastica della casa regnante Tolemaica, traduce il messaggio politico di un linguaggio esoterico e volutamente allusivo. L’unicità dell’oggetto, il livello formale elevatissimo dell’incisione, ne rendono ardua una datazione basata su criteri tipologici o stilistici. L’esecuzione della Tazza è pertanto collocata, sulla base di argomenti storici, intorno al 37-34 a.C. o, con maggiori consensi, nel II sec. a.C., eventualmente verso la fine. Con la conquista del Regno d’Egitto la Tazza, insieme al tesoro Tolemaico, sarà entrata a far parte del tesoro di stato di Roma: trasferita in seguito a Costantinopoli, è verosimilmente tornata in Occidente dopo la presa di Bisanzio nel 1204. Nel 1239 Federico II di Svevia la acquista da mercanti provenzali; agli inizi del XV secolo è alla corte persiana, a Herat o a Samarcanda; più tardi a Napoli, in proprietà di Alfonso d’Aragona. Nel 1471 si trova a Roma, dove la acquista Lorenzo il Magnifico, in seguito passa, insieme ad alcune gemme, in possesso di Margherita d’Austria e, alla morte di questa, alla famiglia Farnese.

Secondo il mio modesto parere si tratta di uno degli oggetti più belli giuntici. Il materiale che è stato utilizzato per realizzarla, l’agata sardonica, ed i suoi colori sono di un’eleganza indiscussa. Inoltre, i richiami alla mitologia e al contesto storico, seppur ancora non totalmente definiti, accrescono il mistero di questo capolavoro che rientra certamente tra le più controverse opere dell’arte antica.

Se non avete ancora visto personalmente questa tazza, beh… sappiate solo che aspetta da non pochi secoli di conoscervi!

Un abbraccio grande,

Miriam

 

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