“Lingue morte a chi?” La parola al filologo Maurizio Bettini

“Bisogna insistere sulla conservazione non solo dei monumenti

ma della loro memoria culturale.”

Il fondatore del Centro di Antropologia e Mondo Antico, Maurizio Bettini, filologo e scrittore, insegnante di Filologia classica presso l’Università di Siena, dà voce e supporto a queste due intramontabili culture. Oggi 18 febbraio su Il Fatto Quotidiano è possibile leggere le sue parole.
Il titolo del suo libro, professore, è provocatorio: le culture antiche sono servite ai sistemi totalitari per innalzare il regime o rivendicare gloriose radici della razza. Oggi a cosa servono? Servono come serve la cultura umanistica, che dà pensiero critico, una mente flessibile, fondamentale in una cultura oggi così mobile. Veniamo da lì, non solo perché l’italiano deriva dal latino ma perché per 2000 anni si è studiato il latino, anche quando l’antichità classica era finita. Ma nella Costituzione il passato artistico e storico si chiama “patrimonio”, beni economici che passano dai padri ai figli. C’è sempre stato un travaso di metafore dal mondo dell’utile a quello del sapere. Patrimonio è una parola abbastanza neutra. Ma se ci fa caso ce ne sono di più esplicite. Chiamare “beni culturali” la ricchezza di monumenti, dipinti, biblioteche vuol dire patrimonializzarli. Addirittura si chiamano “giacimenti”, e qui siamo nell’economicismo spinto. Cultura petrolio d’Italia. Vergognoso. Costruendo in questo modo, con queste metafore che trasformano la cultura in un bene da sfruttare, la gente si convince che lo sia. E quando non si possono tirare fuori soldi staccando biglietti o sponsorizzazioni allora non serve a nulla e può anche morire. E però non ci sta mai bene niente: da una parte ci facciamo guardiani di lingue morte e dell’antichità, frenatori del progresso che ci vede marciare trionfanti verso il futuro; dall’altro, se si monetizza la cultura, sentiamo ferita quella parte della nostra identità. Far pagare il biglietto per visitare monumenti va bene, contribuisce alla loro salvaguardia. Ma va fatto in maniera intelligente e regolata. Se si fa passare centinaia di migliaia di persone sulla torre di Pisa, si consuma. Non dimentichiamo, lo dico ai politici che ci governano, che questi monumenti sono espressione di arte, cultura e bellezza, non sono stati costruiti per sfruttarli. Lei ricorda che “monumento” viene da monere, “far ricordare”. Ormai i monumenti sono lo sfondo dei nostri selfie, diamo loro le spalle. La fa soffrire? Io non ci soffrirei se sapessi che quelle persone comunque hanno ricordato qualcosa. Servono da sfondo, ma mi illudo non solo a questo. Bisogna insistere sulla conservazione non solo dei monumenti ma della loro memoria culturale, di quell’insieme di nozioni, storie, racconti, immagini che li riguarda e che deve risuonare. Il penultimo presidente del Consiglio puntava molto sul concetto di “Italia superpotenza culturale”. (Ride) Non capisco cosa voglia dire. Se l’ha detto mi fa piacere. Vorrei capire a cosa corrisponde. C’è la moda di attualizzare i classici. Per esempio togliendo gli dèi dalla Iliade, come ha fatto Baricco, perché questo mondo è disertato dagli dèi. Se si rendono gli antichi uguali a noi, che ce ne facciamo? Se l’Iliade diventa un racconto di guerra come quelli che escono dagli studios americani, vado a vedere Troy. La bellezza dei testi antichi è di far vedere il mondo diverso. Gli dèi sono sempre lì, addirittura muovono la psiche degli umani. Se è solo un conflitto tra maschiacci per una donna, l’ho già visto al cinema. E però Ovidio nei Tristia dice “E cos’è l’Odissea se non una donna contesa per amore, da molti uomini, mentre il marito è lontano?” Esatto. Dipende da come lo si racconta. Perché preferisce parlare di memoria culturale che di radici e identità? È così disdicevole voler custodire la nostra identità? Sono parole che non mi sono mai piaciute. L’ho scritto nel mio Radici. Sono vuote, astratte, servono solo a escludere determinati gruppi. Memoria culturale è un concetto molto più mobile, e implica una volontà. Posso assimilare persone estranee dentro questa memoria, se l’accettano, ma senza dire siccome sei figlio di un maghrebino sei escluso. La cultura digitale mette l’umanesimo in pericolo? La trasformazione è grandiosa. Noi classicisti sappiamo che l’unico parallelo che si può portare è l’avvento della scrittura in Grecia. L’importante è non ritenere che tutto sia ineluttabile. Per approfittare dalle meraviglie della Rete occorre un pensiero critico che ci faccia navigare dentro. Se non si costruisce questa cultura critica nella mente dei giovani, la Rete può diventare rovinosa. Lei ricorda la più bella lettera della Storia, quella di Machiavelli a Francesco Vettori: Machiavelli la sera legge gli antichi che lo ricevono amorevolmente. Anche per lei è così? Trovo conforto nella loro frequentazione. Attraverso questa lingua si manifestano dei modi di vita, dei pensieri straordinari. Conforto e fonte di riflessione: Seneca, Virgilio, aiutano a guardare meglio all’umano.

“I CLASSICI DICONO ANCORA TUTTO.

LUNGA VITA A GRECO E LATINO!”


Un abbraccio a tutti,

Miriam

   

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