“A volte uno si crede incompleto ed è soltanto giovane.” (Italo Calvino)

Solitamente con i ricordi sfioriamo la luce del passato avendo raggiunto un’età adulta, quel noto periodo in cui ci si inizia a sentire a cavallo tra due fasi della propria esistenza. In transizione, insomma. Crescendo si sviluppa la necessità di interrogarsi sulle scelte fatte, sull’andamento dei rapporti e, più di tutto, sulla propria felicità. Ma su questo non vi riporto alcuna novità: viene da sé: è la vita. Il fatto è che c’è una domanda che inevitabilmente, prima o poi, rivolgeremo a noi stessi:

“Sto davvero vivendo la vita che ho sempre immaginato?”

Sapete il mio problema qual è? Che io, ecco, non ho ancora raggiunto quell’età. (Ma, in fondo, c’è poi davvero una vera fase in cui iniziare a riflettere?). I miei ventitré anni sono leggeri e pieni di luce, l’immagine di me stessa riflette nella mente idee e pensieri gentili; eppure talvolta mi sembra di avvertire la terribile pressione dei miei stessi pensieri, degli eco felici che risuonano dentro ponendomi quesiti ai quali non trovo risposte. Non sempre.

“A volte uno si crede incompleto

ed è soltanto giovane.”

(Italo Calvino)

Realizzo come questo presente, in un modo o nell’altro, si riverserà in un futuro necessario, e non riesco a smettere di riprodurre quest’idea nella mente. Ma, sapete, non si tratta di un “pensare per evitare“: è più che altro un “pensare per vivere“. I miei pensieri, ammassati sulla sensazione di un eventuale rimpianto che potrei provare, tentano di soffocarla incitandomi ad approfittare della vita. Vivi! Vivi sempre, vivi ancora! Questo mi dicono, e non smettono di urlare. Mi supplicano di fare il possibile per rallentare il tempo, assorbendo ogni attimo di questa sublime esistenza. Ed io mi vedo, io mi sforzo, ci provo con tutte le energie che ho ad amare le persone, questi attimi meravigliosi. Però, ecco, il tempo gioca bene a nascondino: sfuggente come l’aria, veloce come il vento non si guarda indietro. Mi vedo allungargli la mano, poi le dita, i polpastrelli. Sempre più lontano scivola via, ma io voglio restare. Da qui il mio bisogno di nuove persone, nuovi occhi, nuove vite. Da qui la necessità di nuovi tormenti e nuove ossessioni, perché ho realizzato che i veri luoghi dove possiamo davvero crescere, avvicinandoci alla realizzazione di ciò che siamo, sono le persone. Ed io sento di volerle vivere, tutte, di voler assorbire la loro felicità, cedendo in cambio la mia. Voglio discutere e poi fare pace. Voglio parlare delle loro sofferenze e ridurle ad una manciata di stelle. Voglio le persone, quelle belle, quelle con il cuore grande e coraggioso da abbattere i pensieri e la razionalità. Voglio i sentimenti, e voglio le emozioni. Desidero scoprire lievemente quel velo di riservatezza che si cela dietro a chi, come me, non parla mai di ciò che gli accade, però ascolta tutto.
Ad un tratto c’è stata la pioggia. Sapeste quanto mi piace! Quel suono tutto suo mi avvicina alla vita. Vedete, la pioggia spesso me la immagino lì tutta concentrata a decidere che messaggio inoltrare agli uomini. Di tanto in tanto infastidita, alterna sorrisi e profumi che non si possono ignorare. Come per un folle solletico, la sento ridere. Sorride un po’ a se stessa un po’ a tutti noi. Questa sera le cose stanno così, vi parlo di ciò che si agita nella mia mente e che forse domani troverà pace. Ripenso alla mia vita, ci penso intensamente, e scovo tanti momenti felici: sono quelli a rendermi così malinconica. Una volta che hai conosciuto la felicità, anche solo per il tempo di un sorriso, non puoi dimenticarla; diventa indispensabile provare a ricrearla in questo tempo, non in un altro. Ieri qualcuno mi ha detto una cosa. Non soffermarti troppo sul passato, perché il passato può diventare una gabbia. Converrete anche voi, immagino, come del resto ho fatto io. Ma come comportarsi quando questa gabbia appare agli occhi della mente vasta, ampia come una prateria e fresca come l’odore della pioggia? Come reagire quando ci si sente di poter toccare la felicità ripercorrendo la via dei ricordi? Che farsene delle sbarre fiorite, dei comodi ricordi? Vi dirò di più: io non sono ferma al passato, è solo il fiore di cui mi prendo cura mantenendo, pur sempre, lo sguardo verso il cielo. Cammino, non sono immobile. Passato e presente si prendono per mano, fanno parte di me, di ogni mio giorno, e sulla felicità del primo tento di intessere quella del secondo. Al terzo invece, blasonato futuro, non ci penso quasi mai, se non con una vena di speranza. Mi chiedo a quanti di voi vengano in mente questi pensieri. Chissà in quanti sperimentano continuamente il desiderio di vivere pienamente ogni istante. Mi chiedo se anche a voi qualche volta, all’apice della felicità, sia capitato di pensare con una totale consapevolezza e padronanza di sé “Sono qui, sono esattamente qui e sono felice.” Chiudo gli occhi e sorrido, alzo lo sguardo e scorgo la vita che non vorrei lasciare mai. A ventitré anni tutta questa bellezza mi distrugge e mi solleva. Tutte queste vite, tutto questo sentire. Che terribile meraviglia è questa?

I tramonti sono sempre tanto belli, ma ogni volta anche tanto lontani.


Un abbraccio grande,

Miriam

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