Se incontri un essere umano nella folla, seguilo…seguilo! (Daniel Pennac)

Le parole non dette hanno sempre provocato in me effetti collaterali, è per questo che all’età di nove anni ho iniziato a scrivere lettere. Lettere indirizzate a qualcuno, alla vita o, se volete, a me stessa. C’era qualcosa nelle parole trattenute che mi rendeva terribilmente irrequieta, non sapevo fingere dissimulando emozioni e sentimenti. Scrivere risultava l’approccio migliore per permettere ai pensieri di fuoriuscire liberi, e non perché non mi piacesse parlare. Parlare mi piaceva, mi piace ancora, è solo che quando avviene voglio che sia sincero. Insomma, dar vita alle parole attraverso la voce non è sempre la cosa più facile del mondo, soprattutto se prima di farle uscire vuoi che passino a trovare il cuore. Infatti, sapete, ho sempre avuto la strana sensazione che alcune di queste, quando trasformate in suono, perdano l’effettiva risonanza che hanno quando sono ancora dentro. Vi succede mai? Tu le pensi e le rivivi, contemplandole nella loro importanza, perdendoti in una profondità abissale; vi tenete compagnia e vi guardate negli occhi, fino a quando non decidi che “è proprio ora di lasciarle andare”. Così succede: vanno, escono dalla bocca e non ne sei più il padrone. Verrà mai percepita l’intenzione originale e il sentimento di quanto detto? Perché suonano così strane, quasi sbiadite del significato effettivo? Non l’ho mai capito. Così scrivo, anche se parlare non è male: forse solo gli occhi possono aiutare. È per questo che spesso le scrivo, perché quando questo avviene posso vederle così come sono nella mia mente. C’è la possibilità di cambiare e modificare, riposizionarle meglio, senza alcuna fretta, concedendo all’emozione di avvicinarsi il più possibile alla realtà. Disegnandole su spazi bianchi ogni cosa può essere rivelata nella sua purezza. Quando decidi di parlare, invece, se non ti appelli all’intonazione giusta, agli occhi, devi fare un’enorme fatica per trasferire totalmente te stesso. Scrivevo lettere, ne scrivevo davvero tante, e lo facevo spesso. Erano indirizzate a persone importanti, persone incontrate e che avrei voluto stringere alla mia vita, dopo averne percepito un’anima che non avevo la forza di ignorare. Non so perché sono sempre stata così, però sono io. Io perpetuamente alla ricerca di anime nobili che possano abbracciare la mia, bisognosa più di dare che ricevere. Certo, non vi nascondo che nel ricevere amore si nasconde un’estasi suprema, ma nel dare scorgo un’incomprensibile felicità. Scrivevo lettere, ma non le strappavo come spesso capita di fare. Assolvevo al loro compito: le consegnavo. Avete letto bene. Così, sin dai primi anni di vita, ho iniziato a prendere proprio sul serio questa faccenda dei sentimenti, e ancora oggi non riesco ad evitarla. Non mi preoccupavo di nulla; nella bambina che ero pulsava un’ingenuità legata a quel tipo di purezza che può derivare solo dai buoni sentimenti, e che mi consentiva di trasformare le mie sensazioni in parole, senza provare la terribile frustrazione di chi teme di non essere capito. Scrivevo e sentivo che avrebbero compreso, avrebbero dovuto farlo: non sarebbe accaduto il contrario, perché nel tradurre i miei pensieri mi ero appellata solo alla loro sincerità. Sono andata avanti nella vita seguendo questa linea, non avendo paura di dedicare pensieri belli a chi, senza saperlo, arricchisce la mia anima. Eppure c’è stato un periodo, durato qualche anno, in cui le parole si sono congelate, strozzate in gola come senza fiato. C’è stato un periodo in cui ho smesso di scrivere per me, per qualcun altro: i pensieri erano tanto affollati, e il traffico di parole mi annebbiava la mente rendendomi stanca. Stanca di pensare, stanca di scrivere o solo di dover pensare a trasformare in scrittura l’astratto. Non ho scritto più, ho solo continuato a pensare. Ma il vento dei pensieri spesso è troppo freddo per le nostre emozioni: e quindi finisce, come è successo a me, che le parole gelano fino a morire. Poi un giorno mi sono ricordata del calore provato nell’esprimere me stessa, e ancora di più del soffio leggero che giace nel rileggersi per riconoscersi. A volte ho scritto per non perdermi, per ricordarmi da dove sono passata e quali vie ho preso. Ho scritto per salvarmi, per non permettere a tutto questo cuore di divorarmi, perché vi assicuro che potrebbe farlo. Scrivo. Scrivo per me, per voi, per vedere se in me c’è un po’ di voi, in voi un po’ di me. E scatto foto, lo faccio perché lì le parole evadono silenziose indossando un abito diverso da quello della scrittura, profumato di carta e penna. Lì, nella fotografia, si adagiano sulla realtà indossando le immagini degli occhi, e passando per un filtro collegato al principio di ogni cosa: l’anima. Scrivete! Scriviamo, che sia con le parole o con gl’occhi. Vi ringrazio per essere arrivati a leggere fin qui. Vorrei terminare questa pagina, non più tanto bianca, con un invito ad amare le vostre sensazioni. Percepire, sentire dentro e sulla pelle le più delicate vibrazioni degli esseri umani non è una condanna, è un dono. E quando esseri speciali, per attraversare la strada, mettono piede nella vostra vita, fermateli! Fermateli ad ogni costo. Sapete cosa ha detto Pennac?

“Ma così è la vita: se incontri un essere umano nella folla, seguilo…seguilo!”

Vi abbraccio,

Miriam

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