Amo gli alberi. Sono come noi. Radici per terra e testa verso il cielo. (Erri De Luca)

Sono sempre un po’ lì dove non sono, anche quando sono tranquilla. La mia gioia si accompagna spesso ad una strana devozione per l’inafferrabile, dolce e leggera. Ma, sapete, quando sono felice… quando sono veramente felice non desidero altro che essere eternamente lì, adagiata tra battiti e sospiri, palpitazioni e consapevolezze. Quando stringo le braccia intorno alla felicità non posso essere da nessun’altra parte se non lì dove già mi trovo, in armonia con la violenza distruttrice che di lì a poco mi precipiterà addosso, distruggendo ogni pensiero ormai sbiadito, sciogliendo tutti i nodi. Sono così, sempre con il cuore traboccante di sorrisi, anche quando i pensieri si intrecciano altrove. Eppure mi sembra di intravedere nell’estrema vicinanza agli altri una certa lontananza irraggiungibile, l’immagine di me stessa. Come se desiderassi rincorrere ed essere rincorsa, ridere e non farcela più, in un gioco d’anime senza sosta. Al posto degli altri anche io mi domanderei a cosa stia pensando, ma capita di non saperlo persino io. Persino io che ci penso, che rimugino e che immagino, che dondolo e mi riposo. Non so quanto ci sia di positivo nel galleggiare tra i pensieri, ma nel riposare con l’immaginazione sicuramente molto. Anche se la realtà appare sempre un po’ più isolata, austera, gelida? Sì. Nell’immaginazione ci ho vissuto sin da piccola: quando ero spaventata, quando non lo ero. È stata il porto fresco in un giorno di terribile asfissia, il vento tra i capelli, la spinta in una corsa. Ho sempre avuto sin da bambina i piedi ancorati a due mondi paralleli, non ho mai scollato la pellicola immaginativa dal piano solido della realtà; e ancora oggi desidero che si tengano per mano, come due pianeti che possono sfiorarsi. Non riesco a ricordare un solo momento in cui io abbia interrotto il flusso di sogni che ha colorato la mia mente: persino nei momenti peggiori c’è sempre stata un’immagine a salvarmi. Perché vi scrivo questo? Per sottolineare la mia personale inclinazione ad avere l’anima altrove e perché in effetti c’è qualcos’altro che vorrei raccontare. Sapete, anche quando il mio cuore va, nella realtà riesco ad esserci comunque, ad ogni costo, totalmente. Riesco ad esserci senza sforzi, senza allontanarmi mai veramente, vigile e sicura di ciò che ruota intorno a me. È dentro che pulsa una certa lontananza, bella, affascinante. Questa sono io finché non inciampo in quella che riconosco essere la mia dose di felicità. Ci cado dentro con la volontà di restarci, di inzupparci il corpo. Ed è lì che non posso più vedermi, tutta rapita dalla nuova fonte di emozione, inarrestabile e continua. Ma poi me lo chiedo se in fondo sia giusto orbitare intorno ad un pensiero, quando diventa l’unico felice. Me lo chiedo davvero. E che lo sia o no non l’ho ancora compreso, è però intorno a quest’idea che avvolgo tutta me stessa. Desidero essere felice anche solo per questo mio modo di reagire, di dedicarmi concedendomi senza riserve. Desidero essere felice anche solo per potermi sentire vulnerabile, contro tutte le certezze che ho sempre avuto, contro ogni forza che ho sempre controllato. Desidero essere felice anche solo per vedere placata quell’inarrestabile condizione che mi trascina sempre un po’ lì dove non sono, non perché non mi piaccia, ma per il semplice capriccio umano di voler dominare qualcosa che spesso scivola via.

«Non ho fatto altro che sognare. Questo, e questo soltanto, è sempre stato il senso della mia vita. Non ho mai avuto altra occupazione vera se non la mia vita interiore. I più grandi dolori della mia vita sfumano quando, aprendo la finestra che si affaccia sulla strada del mio sogno e guardando il suo andamento, posso dimenticare me stesso.

Non ho mai voluto essere altro che un sognatore. Sono appartenuto solo a ciò che non esiste dove io esisto e a ciò che non ho mai potuto essere. Ogni cosa che non è mia, anche la più vile, mi ha sempre parlato con poesia. Non ho mai amato nulla, non ho mai desiderato altro se non ciò che non riuscivo neppure a immaginare.

Dall’amore ho preteso soltanto che non cessasse mai di essere un sogno lontano. Perfino nei miei paesaggi interiori, tutti irreali, è sempre stata la lontananza ad attirarmi; e il profilo degli acquedotti, nella lontananza di quei paesaggi sognati, aveva una dolcezza di sogno: una dolcezza che faceva in modo che li potessi amare.»

Fernando Pessoa, Il libro dell’inquietudine


Un abbraccio,

Miriam

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