“Mi piaceva stare riparato dal tramonto, non vedere la fine certificata del giorno.” (Erri De Luca)

Ho impiegato un bel un po’ ad accettare la mia sensibilità e, attenzione, non sto confessando di averla detestata. Tra i quattordici e i vent’anni è stata schiacciata dal suo stesso peso, e con essa anche un po’ di quella parte di me. Quando occhi che non erano i miei scrutavano il mio guscio, la mia apparenza, mi impegnavo a non lasciarmi sopraffare dal mondo interiore: destinavo tutte le energie all’obiettivo di donare un velo alla mia sensibilità. Desideravo occultarla temporaneamente, e lo facevo cercando un modo che non potesse ferirla. Non serviva a molto: emergeva sempre. Non ho mai capito se questa fosse la mia fragilità o la mia più grande forza. Non mi vergognavo della mia sensibilità, non l’ho fatto mai, il problema era un altro: molto più vasto arrivava ad abbracciare la sfera umana. La maggior parte delle persone che incontravo mi appariva così lontana dal riconoscere le bellezze della vita che mi dava la forza di nascondere ciò che ritenevo davvero prezioso: la riconoscenza alle emozioni. Mi domandavo come potesse essere possibile che la maggior parte dei miei coetanei fosse tanto attratta dalla superficie delle cose. Mi domandavo com’è che non fossero curiosi di scoprire cosa si nascondesse in fondo a tutto. Probabilmente da bambini non avevano mai desiderato esplorare il mondo o, peggio, l’avevano dimenticato. Io, al contrario, non sono riuscita a dimenticare nulla: mi sembra di poter ancora sfiorare i colori di tramonti lontani, il profumo delle prime estati, il vento fresco dei ricordi. Avevo sette anni quando domandai ai miei genitori, prima all’uno poi all’altro, i nomi dei loro compagni di classe. Ne ricordavano alcuni, com’è normale che sia, eppure credo che sia stato quel momento a segnarmi. Non so quale tormento abbia iniziato a scuotermi i pensieri, ma “tesoro, non li ricordo tutti, è passato molto tempo” mi illuminò con una potenza che riesco a percepire ancora. Fu in quel preciso istante che realizzai di non voler perdere nulla, non un nome, non un volto. Laura e poi Giusy, Tania, i due Alessandro, la maestra Tosca, tra gli altri. Oggi li ricordo ancora, e quando ripenso a loro mi stringe il cuore una misteriosa tenerezza, perché beh… devo essermi proprio impegnata per ricordarli ancora tutti! In questa soffice parentesi, elastica come la mente, si nasconde l’essenza della persona che sono ancora oggi. La mia vita fino ad ora è sempre stata un po’ così, tutta dedita ad imbottigliare tramonti e sfumature di cieli a debita distanza. Ma volete saperla tutta? In questo mare di bellezze mi sono persa spesso, senza temere che potesse annegarmi. Il desiderio di voler legare e nascondere la sensibilità, che tuttora mi sfida, nasceva dalla spiacevole sensazione che in molti non fossero interessati a ciò che per me era l’essenziale. Detestavo i pensieri abitudinari, il terribile cliché del binomio “sensibile e fragile”. Da quale fonte è nata l’assurdità di questa teoria? Vedete, non saprei spiegarvi dettagliatamente di quanti scompartimenti si componga la mia anima, ma so che la forza occupa molto spazio. Ero affetta da una fastidiosa sensazione alla sola idea che qualcuno potesse pensare di me che fossi fragile e, ancora di più, che ciò che mi stava a cuore fosse per coloro che non sanno accettare le malvagità del mondo. Ma quelle persone non capivano, non hanno mai compreso fino in fondo quanto fossi terribilmente consapevole della realtà, forse anche più della vita stessa, e quanto mi sforzassi per continuare a contemplare, nonostante tutto, la bellezza dei sentimenti, la purezza delle emozioni e l’incanto della vita. Hanno confuso il forte con il debole, vita e morte. Li osservavo e continuavo per la mia strada, con la solita voglia di vivere e di collezionare abbracci dati anche solo con lo sguardo. Continuavo senza cambiare, continuavo prediligendo spensieratezza e allegria, quello che loro preferivano, senza però fingere. C’ero in tutte le cose, ero io, ma non totalmente me. Non so se abbia sbagliato, ma in relazione ad alcuni individui occultare la sensibilità mi è sembrata la scelta migliore. Le anime simili giocano a rincorrersi, era questa la mia idea felice, ciò che mi ispirava fiducia. È una delle mie immagini preferite: l’anima che si porta avanti. Sapevo che chi desiderasse sinceramente andare oltre mi avrebbe trovata lì, seduta, ad attenderlo. Del resto ho sempre avuto un debole per chi rincorre pensieri inafferrabili e ne è consapevole. Baciato dal vento, corre sorridendo senza sapersi controllare. Chi è sensibile non è fragile. È la dimora della stessa sensibilità a farla apparire tale: riposa in un guscio bianco e delicato, fragile e cristallino. Come una conchiglia, la sensibilità si apre all’amore per liberare la luce del proprio mondo. E tu, impotente, non puoi far altro che smettere di nasconderti, lasciarti trovare. Non si tratta di un eccesso di ottimismo, né di fantasia. Tutto si getta e si rigenera nella volontà di selezionare le parole da dire, i pensieri da condividere, gli occhi da abbracciare. Si tratta del desiderio di leggere tra le righe delle righe, sottraendole alle parole per spedirle al vento. Ogni piccolezza desidera avere a che fare con gli incontri, le sensazioni, il mare. “Vicino al mare“, per esempio, è quel dettaglio dietro al quale mi piace nascondermi. Quel dettaglio sotto il quale posso, chiudendomi, aprirmi. “Vicino al mare” è la risposta che mi piace tanto dare. “Dove sei?” qualcuno chiede. “Al mare” potrei rispondere, non lo faccio. È così bello poter scegliere le parole da prendere in prestito! “Sono vicino al mare” rispondo. “Vicino” perché in fondo lo so che, pur non essendoci dentro, non ne sono poi così lontana. Dire “al mare” non è troppo vago? Lo osservo da una certa distanza, non mi lascio toccare, lo percepisco. È per questo che mi è “vicino“: lo è al cuore. Da un paio di anni qualcosa è cambiato: ho accettato completamente me stessa, servendo la mia essenza, nella sua totalità, su un piatto d’argento. Sono qui con tutte le mie forze, ogni giorno, e l’anima compatta. Sono io con le mie parole, il mio cuore e il mio modo un po’ speciale di amare ogni cosa. Non mi preoccupa più l’eventualità dell’incomprensione, la possibilità di essere additata come grande sognatrice. Mi piace. Ho realizzato che le onde sulle quali mi giungono parole nuove non le custodirò più come un fiore da proteggere. Le esporrò ai raggi del sole perché, questa volta, so che chi starà vagando alla ricerca di calore mi troverà. Non ho mai capito se tutto questo fosse la mia fragilità o la mia più grande forza: oggi ho le idee più chiare.

Un abbraccio forte,

Miriam

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2 commenti

  1. So già che il mio commento non sarà all’altezza della serenità e bellezza che hai trasmesso… Le tue parole, la tua sensibilità, il modo in cui vivi ed hai vissuto la vita sono meravigliosi Miriam e sono onorata che tu sia mia amica grazie ad un social, ti abbraccio.

    1. In realtà il tuo commento mi lusinga e mi fa sentire onorata. Grazie perché mi dedichi la cosa più preziosa che abbiamo: il tempo. Grazie perché decidi di venirmi a trovare nelle parole che costruisco come fosse casa. Grazie perché ci sei. Un abbraccio grande grande a te!

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