Affidatevi alle vostre passioni e riceverete uno scudo indistruttibile.

I bambini hanno bisogno di un buon insegnante, ma la verità è che ne avremmo bisogno tutti, ancora. Oggi mi tornano in mente alcune parole sbagliate dette al momento giusto. Avevo tredici anni e mezzo, era il primo anno di liceo ed io e la matematica non andavamo poi così d’accordo. Io ho sempre avuto un po’ la testa inondata di parole, lei preferiva numeri che, a dirla tutta, mi opprimevano. La professoressa decise di interrogarmi: “Vieni alla lavagna!” disse. Non che fossi particolarmente contenta, ma la raggiunsi. C’erano i numeri e poi c’era lei, che forse tolleravo anche meno. Mi ordinò di scrivere una serie di esercizi che, con tutta la buona volontà, la mia mente si ostinava a rifiutare. Fu allora che lei, stanca, disse qualcosa. Si trattava di quelle parole che decidono di pioverti addosso proprio quando non ci stai pensando. Si trattava di usare espressioni a caso, per ferire, e senza alcuna forma di tatto. “Perché non hai svolto gli esercizi a casa?” mi domandò. “Professoressa, mi dispiace, ieri non ho potuto”, è sempre stata la mia ingenua sincerità ad intrappolarmi, ma del resto a cosa mi avrebbe portato mentire? Almeno, a quell’età, mi sentivo inorgoglita e fiera della motivazione che le avrei dato di lì a poco: non mi interessava quasi nulla di ciò che avrebbe pensato. “Perché? Che ti è successo?” continuò a chiedere con una rabbia che, era evidente, aveva accumulato nel corso del tempo per una qualche ragione personale. “Sono stata a danza” le risposi, e probabilmente mi accompagnò un lieve sorriso di soddisfazione. Non lo feci di proposito, pensare alla danza mi ha sempre emozionato anche quando c’ero dentro con tutte le forze. Seguì un attimo di silenzio, un momento che bastò a farmi credere che volesse aggredirmi. Lo fece, con le parole. Dopo qualche respiro sospeso e una manciata di secondi si trascinò la sedia dietro, alzandosi con violenza, urlando: “La danza? Mi stai prendendo in giro? E quanto tempo saresti stata a questa danza?”, le risposi di essere uscita di casa intorno alle cinque del pomeriggio per poi finire le lezioni alle nove. Iniziò a ridere di una risata isterica che infastidì ogni fibra del mio essere. Avrei voluto spegnere tutto, non sentire più la sua voce. “A cosa ti serve questa stupidità? Sei stata a danza, vuoi fare la ballerina? No? E allora che ci vai a fare? Pensa alle cose serie, hai capito? Tu stai dormendo secondo me. Ma guarda a questa, tutta con la testa tra le nuvole. Pensa alla realtà e dedicati alle cose veramente importanti, come la matematica. Vattene a posto, vai!”. Non credo di aver risposto nulla, perché è questo che ricordo, nulla. Prima vi ho scritto di “parole sbagliate al momento giusto”, sapete perché? Perché l’amore per ciò che lei non vedeva, ignorava, l’amore per ciò che lei credeva fosse una perdita di tempo mi ha salvata. L’amore che provavo per la danza ha saputo fungere da scudo, rigettare i dolori e le paure che sarei stata costretta a subire se non ci fosse stato. Mi aggrediva e gelavo dentro per la consapevolezza della sua ignoranza. Me ne tornai a posto in silenzio, con lo sguardo stranito, la testa scombussolata e un po’ di gessetto tra i capelli: non riuscivo a stare ferma mentre mi parlava. Mi accusava di un amore troppo grande, quello che lei non ha avuto la forza di accogliere in sé, e oggi un po’ mi dispiace, forse mi intenerisce anche. Probabilmente avrei potuto amare di più i numeri, avrei potuto immaginarli colorati e non spenti come lo sguardo di chi avrebbe dovuto essere un esempio. Questo racconto racchiude il classico caso di insegnante fallito, ma sono stata anche fortunata: ho potuto gioire anche del suo opposto. È per questo che ho esordito dicendo che tutti noi avremmo bisogno ancora oggi, anche da adulti, di qualcuno verso cui tendere lo sguardo. Ho conosciuto insegnanti veri, anime nobili, ed ora non posso fare a meno di andarne alla ricerca. Mi è difficile vivere senza ispirazione: ogni cosa è spenta. Alludo a qualsiasi ambito, non banalmente alla scuola. La vita non attende seduta in classe: si annoierebbe, si muove fuori. Oggi vorrei tanto poter rispondere a quella donna, vorrei poterla guardare negli occhi e dirle che, se solo sapesse quanto le mie insegnanti di danza mi hanno trasmesso, si umilierebbe. Parlo di danza perché è intorno a questa essenza che si è attorcigliata la mia vita, ma il discorso lo espando ad ogni passione, ogni attività, ogni tipo di insegnamento. Abbiamo bisogno tuttora, ad ogni età, di qualcuno a cui guardare, a cui ispirarci nella serietà, nella professionalità, nell’amore per gli altri, nel modo di fare. Quanto ne abbiamo bisogno! Ne sono così convinta perché, ogni giorno e sempre di più, scorgo in me, in riva al cuore, una viscerale necessità di riconoscimento e gratitudine. Ne sono convinta perché tutto, per me, dovrebbe nascere e ruotare intorno a ciò che possiamo assorbire da chi è simile a noi, intorno a ciò che anche noi, nel nostro piccolo, possiamo trasmettere agli altri. Per quanto umani e dunque indissolubilmente vincolati alla possibilità di fallire, abbiamo bisogno, in ogni momento, di tenere lo sguardo attento verso qualcuno, percepire dentro parole che ci sussurrano dolcemente “è proprio così!”. P.S. Grazie a tutti coloro che si prendono cura dei sogni che non sono i propri. Grazie a tutti coloro che, con delicatezza e nobiltà d’animo, sanno accettare e rispettare non tanto le passioni quanto il cuore degli altri.

Un abbraccio grande,

Miriam

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