A chi, di noi, non sa dimenticare: 11 settembre 2001

«La giovinezza è felice perché ha la capacità di vedere la bellezza. Chiunque sia in grado di mantenere la capacità di vedere la bellezza non diventerà mai vecchio».

Franz Kafka


E se la giovinezza, intesa come virtù d’animo e qualità dello spirito, dovesse sfiorire precocemente? Se questo, soprattutto, dovesse accadere per mano esterna, per un incontrollabile e depravato ego che si prende la briga di dirigere ciò che non gli appartiene? Che ne sarebbe delle bellezze del mondo, della sincerità dei paesaggi e dell’indomabile potenza degli oceani? Cosa accadrebbe ai cuori puri, fin troppo leali e mai sospettosi? Riuscire ad intravedere lo splendore della vita, per quanto mi riguarda, risulta ormai, e sempre di più, uno sforzo impegnativo anche per chi giovane lo è anagraficamente. Mantenere elevata la fiducia e le aspettative che derivano (…dovrebbero derivare) dal mondo esterno sta sfociando in una fatica di portata quasi sociale, azzarderei a dire. Si dovrebbe riporre molta fiducia nel luogo che ci ha accolti e visti crescere nelle nostre capacità e ambizioni, si dovrebbe essere grati – infinitamente – per il modo affascinante e maestoso con il quale è stato arredato un pianeta affidato interamente a noi, eppure le cose non vanno realmente così. Non dico novità, non sarò la prima né l’ultima, eppure stiamo diventando il principio e l’origine di ogni distruzione: la rovina del più piccolo angolo di terra, strappando come bambini capricciosi, maleducati agli splendori, pezzi di carne, arti, interiora di un luogo terribilmente bello, che non desiderava altro che fungere da dimora. Sono trascorsi sedici anni dal momento in cui New York è stata piegata in due da uno degli episodi più angoscianti e tristi di sempre (mi rattrista persino scrivere che sia stato “uno degli…“, perché implica una moltitudine di dispiaceri e piaghe che difficilmente il Mondo riuscirà a risanare). Avevo otto anni quando venni a sapere della strage. Mio padre telefonava insistentemente a suo fratello, a quel tempo in America da quasi nove anni: il segnale cadeva, crollava e s’indeboliva come frustato. Gli occhi di mio padre erano ancora più veloci, agitati. Provava e riprovava ancora, poi dopo ore ecco arrivare il fatidico messaggio: “Sono vivo.” Avrei voluto comprendere di più, possedere una lucidità maggiore, ricordo ancora quel desiderio. Spaesata e stordita mi sforzavo ad interpretare i messaggi criptati che i miei genitori si scambiavano con gli sguardi. Ma niente, avevo solo intuito che qualcosa andasse veramente male nel mondo, lì da qualche parte. Dolori innumerevoli, ben nascosti e sempre pronti a mettersi in piazza ci lasciano percepire di non poter vivere completamente sereni, eppure le meraviglie della natura fanno da contraltare. Tuttavia non riesco ancora oggi ad ignorare quel giorno, volgendomi ai miei affari, alle mie attività, perché sento che la mia stessa storia appartiene al Mondo e che qualunque cosa accada ad esso, accadrà inevitabilmente sempre un po’ anche a me.

Un abbraccio,

Miriam

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