Ma in fondo qui dove mi trovo si sta bene. Si sta bene anche quando gli altri non ci sono, tanto ci sei tu con te.

Ricordo ancora quella volta in cui, in quinta elementare, dopo avermi guardata, la maestra smise improvvisamente di leggere, si allontanò dalla cattedra e si avvicinò alla finestra: cercava di riportarmi sul pianeta terra. Pioveva, lo ricordo bene, entrava aria fresca e profumo di autunno bagnato, era bellissimo. Chiuse la finestra e non lo fece per evitare che l’acqua entrasse, ma perché i miei pensieri la smettessero di uscire. Aveva provato ad essere gentile, almeno non aveva condiviso con gli altri la mia distrazione, evitando una risata collettiva.

Chiudiamo, va! Altrimenti entra la pioggia, vi ammalate e non potete venire a scuola a sentire quello che la maestra vi legge“. Inutile sottolineare quanto quel “a sentire quello che la maestra vi legge” fosse marcatamente riferito a me.

Dopo aver gentilmente mentito, mi sorrise e ritornò a sedersi. “Miriam conosci già questa storia?” disse nel silenzio, le risposi di no. “Bene, allora cerchiamo tutti di ascoltare con attenzione, senza distrarci e portando il segno con il dito perché ogni tanto chiederò a qualcuno di voi di continuare a leggere.”  

Non ricordo nulla della storia letta in classe, solo che avesse a che fare (forse) con delle rane. Eppure certamente qualcosa tra quelle righe aveva dovuto portarmi a ricercare lo spazio che la finestra incorniciava, probabilmente la descrizione di uno stagno, un’immagine d’acqua.

 

Forse, più che altrove, risiede qui il pericolo dell’evasione mentale: l’eccessiva attenzione conduce alla riflessione, specchio indiscusso della zona dei pensieri.

I pensieri… questi fili invisibili collegati tra loro da sostanze misteriose e irrintracciabili, che tutte le volte, senza mezzi termini né misure, mi riconducono all’immaginazione!  

E allora penso questo: chi non ha sperimentato questo modo d’essere, perché destinato ad essere incline a qualcosa di diverso, non può sviscerare l’impercettibile. Questa non vuole essere una critica alla razionalità né un elogio al mondo del sogno: non sono nella posizione di dire quale sia migliore.

Mi immagino spesso in equilibrio tra due dimensioni, quella reale e quella sensibile; con i piedi ben saldi mi impegno a non lasciarmi trascinare dall’irrealtà, ma la parte superiore del mio corpo tende proprio a quella sfera e, si sa, la testa pesa, l’equilibrio si disperde. Ma in fondo qui dove mi trovo si sta bene. Si sta bene anche quando gli altri non ci sono, tanto ci sei tu con te, e questo implica l’esserci del mondo intero: quello che hai fuori lo proietti dentro. È un posto felice, vi spiego perché. Perché la mente è accondiscendente, conosce i tuoi bisogni, sa quando desideri annegare nel silenzio così come quando vuoi darti alla ricostruzione di scene già vissute o addirittura alla nascita di nuove immagini. È il mondo dell’elaborazione, parallelo al piano razionale eppure abile come lui. Ti accompagna la sensazione, forse consapevolezza, di non riuscire a spegnerti nemmeno quando lo vorresti. Corri a cercare interruttori, non ci sono.  

Si tratta della descrizione di sensazioni indirizzate ad alcune persone, non a tutte. Sono parole che possono essere comprese, riconosciute e decriptate fino in fondo solo da chi possiede la stessa chiave. Mi piace rifugiarmi lì ogni tanto, non è vero, spesso!

 

È una consolazione che si possa avere un mondo tutto proprio da abbellire e rivestire come meglio si crede, è una consolazione che non vi possa accedere chiunque, ma solo i prescelti. Ancora di più è una fortuna riuscire a tenersi in equilibrio tra realtà e pensieri che squarciano la ragione.

Si nasconde anche una certa opportunità dietro tutto questo, la possibilità di averlo per sé, di non dover costringere gli altri a sottostare ai propri cambi umorali, espressioni di pensiero, voli pindarici. Ogni cosa si sviluppa dentro. Emozioni come la malinconia, spesso interpretata negativamente, possono imparare a convivere con il sorriso e la gioia di un momento, senza che nessuno se ne accorga.  

C’è tanta magia da questa parte, così tanta che, per chi ne fa parte e finge che non sia così, la prima inevitabile conseguenza è l’amputazione dell’anima. È per questo che gli occhi mi piacciono più di ogni altra cosa, perché negli occhi si vede tutto, anche quello che si vuole far credere spento.

 

Un abbraccio,

 

Miriam ❤️

 

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