Non è vero che non lo sappiamo. Sappiamo sempre cos’è che stiamo cercando.

Oggi è uno di quei classici giorni che definirei “tipici di me”. Mi avvicino ai libri come un bambino alla madre; avviene quando sento di non riuscire più a distinguere chiaramente quello che sto cercando, cosa desidero sinceramente raggiungere e tenere tra le mani, avviene quando la paranoia di aver esaurito le parole mi assale.

Hanno sempre un aspetto sobrio i libri: sono composti, retti, rigidi, apparentemente distaccati eppure traboccano di qualunque sentimento siano stati riempiti.

Non tutti sono fatti per noi, sei fortunato se trovi “il tuo”. Vi dicevo, questa mattina mi sono svegliata con uno dei tipici umori che mi contraddistinguono, con quella ormai nota sensazione di dover avere nitida un’immagine, un pugno di parole con le quali rivendicare se stessi.


Non c’è sempre da sforzarsi, volevo dirvelo. Volevo dirmelo. Tutta questa fatica che rincorre l’affanno, la smania di volersi spiegare per farsi capire e infine comprendere che bisognerebbe solo lasciar andare le cose, lasciar andare se stessi. Tutta questa attenzione alla comprensione, la necessità viscerale di ottenerla, la follia del voler essere ascoltati, capiti, il desiderio di sentirsi al sicuro, la disperazione del riscontro emotivo.


– Oggi come ti va?
– E a te? Di che cosa vuoi parlare?



Un abbraccio,

Miriam

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