A qualunque costo, purché si provi qualcosa.


All’inizio dello scorso anno ho ripreso a scrivere, forse è stata la cosa migliore che potessi fare per me; un atto di coraggio che non aveva la forza di rimettersi in piedi.

Poco importa di cos’abbia parlato, con quale cadenza io abbia scritto e in quali momenti della giornata sentissi arrivare a me parole che non avevo cercato.

Quest’anno ho ripreso a scrivere, dopo un periodo lungo, lunghissimo. Un periodo di qualche anno, in sostanza, che stava dilatandosi sempre più, risucchiando persino ciò che, nella mente, ancora non si era sviluppato.

Non importa come abbia scritto, non importa se lo abbia fatto poco o molto, se le parole siano state stressate ai limiti della disperazione. Una è la realtà che oggi, per me, conta davvero: l’aver assorbito, da una fonte non ancora definita, l’energia necessaria per trovare la voglia di guardarmi ancora dentro. L’aver riscoperto la necessità di dare un respiro alle immagini della mente che, a dispetto del tempo trascorso lontano dalle parole, non hanno mai smesso di agitarsi.

Smetterla di osservarmi e auto-analizzarmi senza poi trasformare in parole le linee intraviste e riscoprire il desiderio di parlare a me stessa è stato forse il regalo migliore che potessi farmi.

Questo post non vuole essere un resoconto dell’anno che sta per finire, anche se ho realizzato concretamente una consapevolezza che, in tempi lontani, era presente solo sotto forma di sensazione.
Si scrive molto, e forse veramente bene, solo nei momenti di difficoltà, quando la vita brucia e non sai dove tamponare, tanto percepisci ovunque la stessa insofferenza.
È un concetto che realizzi quando ami molto la scrittura, ma soprattutto quando sei felice. Quando sei felice, felice davvero, non ti siedi per scrivere: il corpo reagisce diversamente all’incontinenza della felicità. Del resto qualcuno l’aveva già detto ed io l’avevo già sentito dire tempo fa; ora però lo so che è proprio vero, che è tutto così.

Immaginiamo che scrivere volesse diventare un mestiere, si dovrebbe sostenere una costante condizione di intensa emotività per portare alla luce, nella migliore delle proprie possibilità, tutto quello che c’è da scavare e portare in salvo?
Supponiamo sia così, una cosa l’ho capita: qualunque condizione comporti il dare il meglio di sé, qualunque malinconia, gratitudine, gioia impastata d’emozione e lontananza, qualunque sfumatura emotiva sarà sempre totalmente e indiscutibilmente al di sopra della noia, del buio, della passività mortale che uccide anche la più impercettibile sensazione.

Ho compreso questo.
Purché si riesca a provare sempre e ancora qualcosa.


Alla riflessione, all’introspezione di cui probabilmente non mi libererò mai.
Alla scrittura, il reale specchio tra gli specchi.


Un abbraccio a tutti

e un augurio sincero,

Miriam

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