Nella culla del mondo.


Sono come un bambino che, alle porte del mondo, corre a rinchiudersi nella corazza di cielo per essere dondolato, sentirsi accarezzare. Sono come un bambino nella culla del mondo. Mi affido, non sono nient’altro che me.

Ho capito perché ho smesso di scrivere. Le parole non venivano più, come un tempo, scritte per alleggerire il petto appesantito dal groviglio di sensazioni impastate e percezioni che non ho chiesto di avere. Le parole iniziavano ad esistere per gli altri, non più per me stessa. E quando ci si rivolge agli altri si pensa non necessariamente meglio, ma sicuramente di più.

Scrivi quello che devi scrivere e fallo subito, prima che se ne vada! L’ho capito dopo, quando i pensieri si erano già persi ed io avevo appena imboccato la strada.

Come il mattino, come la persuasione, come la seduzione. Troverete che alcuni passaggi siano sconnessi, forse privi di ogni senso apparente e vi chiedo scusa per questo; la mente non sa stare ferma e, questa sera, immagino che tutto intorno sia un’intera supposizione illogica. L’eccessiva vicinanza intorpidisce i sensi, ammutolisce l’esistenza momentanea perché sa distrarre bene.

Oscillo tra i pensieri, mi stringo all’altalena delle sensazioni. C’è leggerezza nell’aria.

Superficialità. Immagino la passività dell’anima e non ho idea di che cosa si provi. Fantastico sul distacco, sulla disaffezione, sull’incuranza, sull’impertubabilità. Dove si nascondono questi mondi in me?

Accadono momenti che sono come illuminazioni istantanee: penso che sarebbe meglio se alcuni giorni mi costringessero ad una piena indifferenza nei confronti dell’universo; mi piego davanti a quest’immagine e so che non avverrà mai.

Pensate mai a quanto sarebbe più semplice se solo ci distaccassimo dalle sensazioni, dalle percezioni, dagli impulsi e da quelle impercettibili emozioni che il corpo non smette di voler assorbire? Ci pensate mai? (Più semplice, non migliore!)

E lo so! So bene che dovrei stare attenta a ciò che scrivo, ai pensieri che vengono fuori quando non sono richiesti; so che dovrei saper controllare le parole che si rincorrono nella mente scappando dappertutto, scappando ovunque si trovino le emozioni, ovunque non ci sia io. Allontanarsi – seppure per un lasso temporale tanto breve da sembrare nulla – è il percorso segreto, la casa del tesoro nascosto alla cui porta busserei se valesse a distaccarmi per un attimo (vi ripeto: per un attimo e anche solo per un attimo ancora) dalla voragine insaziabile di alcune persone, da quello che di bello si conserva dietro agli occhi stanchi, per la paura di venderlo al mondo. Come se gli occhi fossero tende delicate dietro cui ripararsi, dietro cui nascondere la bellezza che si coltiva, forse perché alcuni intervalli di vita hanno dimostrato che per amare ci vuole Tutto e Niente, per venire spezzati solo Niente.

Quanto è lenta emotivamente la Bellezza! Conosce una sola via per venire fuori e lo fa timidamente.

Non so perché a volte faccio le cose che faccio o dico quelle che dico. Come se certamente e senza ombra di dubbio si possa venire capiti fino in fondo. Certo, sembrerebbe un no. Un no insicuro, spento, poco convinto. Sapete perché dico questo? Non tireremmo fuori determinate sequenze di parole se pensassimo che nessuno sia in grado di comprenderle. Non ne varrebbe la fatica, il sudore dell’anima.

Il problema non è l’attività, l’intrattenimento. Il problema non è lo svago né la distrazione. Impegno me stessa ripetutamente nella vita di tutti i giorni, ma l’immaginazione, il pensiero non riposano mai. Sono un motore immotivato e autonomo che va da sé, che vive per due. Nel mare di questo molteplice pensare, cilindro dell’anima dal quale estrarre rompicapi e sensazioni, vi chiedo una cosa:

che cos’è che ci aspettiamo veramente?

Miriam


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